Qualche chilo di amore

4 settimane fa
12 Aprile 2021
di redazione

Enza, la figlia di un mio amico, ha sette anni. Mi ha fatto la seguente domanda: “Come fanno i poverini a fare la quarantena se si ammalano?”. Silenzio. Poi, con uno sforzo felino, mi sono messo a ridere e non ho risposto. Ma come fanno i poverini a fare la quarantena?

Immaginate, ad esempio, un potenziale ammalato che ha solo un posto letto.

Oppure un uomo solo e senza grandi mezzi economici. O, ancora, i tanti che lavorano a giornata. Come fanno? In realtà, almeno nella mia superficialità di cronista improvvisato, non ho trovato nessuno strumento di sostegno diretto alle persone malate o in quarantena.

Le misure di sostegno al reddito ci sono e sono molte ma, perlopiù, vanno ad avvantaggiare un po’ a caso tutta la popolazione.

L’esempio del bonus per cambiare i rubinetti, chiude ogni discorso.

La distanza tra la realtà che osservo e quella virtuale che leggo è abissale. Mi fa sentire scemo.

Così, mentre scruto stupito un autobus strapieno o la fila dei rider davanti alla paninoteca, leggo sui social di potenziali untori extracomunitari che si fumano una sigaretta in perfetta solitudine. Stiamo narrando questa pandemia senza seguire più nessuna logica.

Rabbiosi e incanagliti da slogan che i nostri potenti ci vomitano addosso pensando di avere a che fare con dei cretini. Cosa che, almeno nel mio caso, è pura verità.

Ma come si trasmette il virus? Dove? Perché, poi, gli extracomunitari senza permesso di soggiorno sono più pericolosi di quelli con il permesso? Dove si trova una logica connessione tra virus e permesso di soggiorno? Il crimine, quello vero, non è mangiare un panino in solitudine o vicino la propria compagna con la quale si vive insieme.

Il crimine è lo spaccio, la prostituzione, la ricettazione, la violenza e il furto è questo, almeno credo, è qualcosa che non ha a che fare con il colore della pelle.

Gli extracomunitari vivono in case minuscole, ammassati in decine in piccole stanze senza aria e se escono a prendere un poco di sole non commettono crimine, ne contagiano gli altri.

Per il loro, invece, di contagio già basta l’ingordigia dei loro padroni di casa, dei loro datori di lavoro, dei mezzi pubblici strapieni che prendono e della mancanza di un’informazione corretta e puntuale.

L’incontro è a Porta Capuana. X vive nei vicoli del Vasto è positivo ed è solo.

La paura della morte, dell’aria che manca nei polmoni, fa a pugni con la luce meravigliosa della piazza.

Con la malattia scompare tutto: ogni altro problema, ogni vergogna.

Si diventa speranza. Y, invece, è la sorella di X. Tanti anni d’Italia, tanti momenti difficili per fortuna lasciati alle spalle. Si guardano qualche secondo a dieci metri di distanza.

Per pudore non parlano. Non sanno forse cosa dirsi. Poi lei gli lascia qualche busta di spesa sull’asfalto e va via piangendo.

Quell’uomo è l’unico legame autentico che ha con il mondo emerso. Lui, solo allora, si muove verso la postazione di Y, afferra le buste della spesa come se fosse un ladro. Come se la sua sopravvivenza fosse, in qualche modo, un crimine.

di Luca Musella

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