Quando il Nord si accorse di un certo tizio, il Sud

2 mesi fa
23 Novembre 2020
di redazione

Mi trovavo già su questo mondo, seppur da poco, quando accadde.
Era una domenica come tante, con le famiglie raccolte a guardare la TV.
Gli Irpini che amavano il calcio avevano esultato di gioia, la partita Avellino-Ascoli era finita 4-2.
C’era l’aria particolare dei giorni prima di Natale, nelle case già si facevano le tombolate, il guizzo dei ceppi nei focolari scoppiettava di vita e di conversazioni casalinghe mentre le mani si scaldavano con le castagne bollenti.
Era il 23 novembre 1980 e nelle valli dell’Irpinia si gelava, appena un po’ più in là del tepore domestico.
Alle 19:34 arrivò: un terrificante sisma con epicentro tra i comuni di Teora, Castelnuovo di Conza e Conza della Campania che causò circa 280mila sfollati, 8848 feriti e 2914 morti.
E ogni cosa con ogni quotidiano gesto furono ingoiati dalle voraci e catastrofiche fauci della calamità.
Oggi fanno esattamente 40 anni, da quel giorno surreale che ci catapultò tutti dalla normalità alla tragedia.
I soccorsi arrivarono dopo 48 ore.
Quando sul posto – anzi, sui posti – giunsero i giornalisti quella era ormai una terra spettrale, ferita da un dolore che si levava lancinante da calcinacci e detriti.
Videro tutti la guerra, lacrime e sangue solidificati in strambi disegni dalla polvere dannata.
Dell’Irpinia scrissero tutti – le penne più autorevoli di quegli anni – e furono fiumi di parole toccanti, sconcertanti, che credemmo “indimenticabili”.
«Le macerie tra le quali si assiepa la folla sono tipiche del modo di costruire moderno. Le case erano tutte fabbricate col cemento e infatti si scorgono enormi blocchi bianchi dai quali si divincolano e si torcono per l’aria polverosi serpentelli di ferro», scrisse Alberto Moravia, «Il crollo si spiega, al solito, col furto: si è lesinato il ferro in mancanza del quale il cemento, diciamo così, diventa disarmato».
E le case si fecero «convertibili in tombe». Così come l’ospedale.
L’Italia si accorse che esisteva ancora il Mezzogiorno d’Italia.
Il Nord che aveva mangiato il tempo si voltò verso quel Sud che il treno del tempo lo aveva perso e non lo rincorreva nemmen più.
Gli occhi del Settentrione si spalancarono improvvisamente sopra una arretratezza raggiungibile in autostrada, il mondo industrializzato fece un tonfo all’indietro di mezzo secolo e scorse le vallate ignote, affossate tra asprezza e povertà, tra dimenticanza ed immobile replicazione di persone, capre, latte, pasta fatta in casa e formaggio che non sapevano di “genuinità” bensì di “precarietà”.
E mano a mano che lo sguardo si aguzzava sulle truffe e gli intrighi, le vittime passavano in secondo piano.
I luoghi comuni si rafforzavano.
E noi – intendo tutti noi campani – diventavamo sempre più distanti, anzi, ritornavamo ad essere sconosciuti, briganti tra le ombre, gente di cui non ci si può fidare.
Nord e Sud si rintanavano nelle loro differenze.
Settentrionali e “terroni”.
Tornarono – certe cose – ad una normalissima prassi, ricorrente.
Parlarono tutti degli sprechi, delle ruberie, delle colate di cemento scese a suggellare i patti clientelari e del malaffare.
E tutti dimenticarono i “dettagli”, quelle cose piccole, nascoste, che fanno la differenza eclatante.
Cose come il fatto che le grandi opere furono appaltate quasi esclusivamente a grandi imprese del nord e che grossa parte dei finanziamenti per le cosiddette fabbriche in montagna fosse diretta all’imprenditoria del nord.
La frattura generata nel sottosuolo dal sisma raggiunse la superficie terrestre generando una scarpata di faglia visibile per circa 38 chilometri.
La voragine esiste ancora.
I soccorsi veri non sono mai arrivati.
E i morti si sono rassegnati ad essere “secondari”, quando si parla del “terremoto dell’ottanta”.
Gemiti e urla di disperazione dei sepolti vivi si elevarono dalle macerie per ore, dalle 19:34 del 23 novembre 1980.
Dopo tre giorni sulle pagine de “Il Mattino” gli italiani leggevano “FATE PRESTO”.
Eravamo il #Sud cattivo e dimenticato.
Lo siamo ancora.
STIAMO ANCORA ASPETTANDO.
Adesso siamo anche tutti un po’ “malati di cuore”.
Lorelei D’Avalonia

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